
Era solo un fa di pianoforte, vedi.
Una piccola, insignificante nota musicale.
Ero sdraiato sul letto a immaginare universi in un soffitto bianco, nella camera illuminata dalla luce di luglio, e la vidi fluttuare pigramente sotto al lampadario, dentro una bolla di sapone. Chissà come vi era finita dentro, pensai.
Si muoveva in cerchi lenti e infiniti, un po’ come quelle mosche che riflettono sul senso della vita in certi pomeriggi estivi. Interruppe le mie elucubrazioni danzando lieve, con garbo, con leggerezza.
E realizzai che quella nota, dopotutto, non era così dissimile da noi, noi con le nostre esistenze effimere, noi fondamentalmente inutili quando siamo da soli, ma che quando ci uniamo agli altri possiamo essere sinfonie di amore o di disperazione, concerti di sogno e di guerra, sonate di prosa e di poesia.
La bolla, spinta da un alito di vento, si diresse lenta, lentissima, verso di me.
Allungai l’indice e la feci esplodere.
La nota, ora libera, volò veloce fuori dalla finestra.
In quell’istante ebbi la risposta che cercavo. Fu un’epifania.
Era quello, il pezzo che mi mancava. L’ultima nota del mio spartito.
Mi resi conto che in quell’istante avevo tracciato una strada, avevo reso definitiva una scelta di vita di un certo tipo. E che il mondo intero, tutti i santi giorni, avrebbe continuato a fare di tutto per portarmi fuori strada, per farmi sbagliare, per trascinarmi nella sua cacofonia.
Qualcuno, da lontano, iniziò a suonare Chopin.