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Mamma Rosa arrivò alle nove di mattina, accompagnata da due giovani volontari in tuta arancione. La fecero sedere sul divano in salotto, mentre Antonio e Lucia la osservavano con sguardo pietrificato.
“Non si sono ancora abituati”, pensò uno dei volontari. “Probabilmente per loro è la prima volta.”
Fu la piccola Giulia a rompere il silenzio, uno scricchiolino biondo di cinque anni. Trotterellò verso la donna e la abbracciò goffamente, gridando “Nonna!” con tutta la gioia del mondo.
Rosa sorrise e ricambiò l’abbraccio, con tutta la delicatezza che le ossa e i novantatré anni le permettevano.
Lucia aveva iniziato a piangere sommessamente. Si tolse gli occhiali per asciugarli con un fazzoletto, girandosi verso la parete del salotto per non farsi notare dalla figlia.
“Ciao, mamma”, disse Antonio, con una voce che gli sembrò provenire da molto lontano.
Rosa si girò verso di lui, sorridendogli, gli occhi azzurri velati dalla cataratta.
“Vieni qui, tesoro”. Aprì le braccia.
Uno dei volontari si schiarì la voce. “Scusate se vi interrompiamo, signori. Ci vediamo stasera, o provvedete voi?”
“Provvediamo noi”, disse Lucia, tra i singhiozzi.
-2-
Aveva fantasticato a lungo su quel momento.
Ma c’era troppo, troppo da dire. Non sarebbero bastati mesi, figuriamoci ventiquattr’ore.
Tutti gli abbracci e i baci che non le aveva dato. Tutte le volte che si era allontanato da lei, ritenendo i piccoli acciacchi e le esigenze di lei quasi un peso (“Dio perdonami”, pensò), un ostacolo ai suoi progetti, alla sua carriera.
Tutte le volte che lui le telefonava quasi per dovere, senza provare alcuna emozione nel sentirla.
Tutte le volte che lei gli telefonava, e lui la lasciava parlare e parlare, per lo più ignorando quello che lei diceva.
E poi ci fu quella volta, la più terribile.
Quella in cui lui non le aveva risposto, ufficialmente occupato in un’importantissima riunione presso la sede di Londra, ma in realtà mentre ammanettava ad un letto quella giapponese con le tette rifatte.
Avevano ricoverato sua madre il giorno stesso, scoprendo le metastasi.
-3-
La conversazione, durante il pranzo, fu tranquilla: il ghiaccio era ormai rotto. Antonio le raccontò dei progressi in ambito lavorativo, della promozione che sperava di ottenere, del suo amore per Lucia che cresceva ogni giorno di più. La piccola Giulia non smetteva un attimo di parlare: le raccontò dell’asilo, di quel bambino che le piaceva tanto, le fece vedere il suo orsacchiotto preferito.
La più silenziosa era Lucia. Era sempre stata affezionata alla suocera, ma questo prima di quel giorno. Il giorno del Cambiamento, l’avevano chiamato, dopo del quale nulla fu più come prima.
Era andata persino da uno psicologo, all’insaputa di Antonio, per prepararsi… ed ora le sembrava tutto quasi ordinario, quasi normale (ma quell’odore c’era davvero?), una tranquilla domenica in famiglia.
Il problema era quel “quasi”, pensò, mentre Rosa annuiva, sorrideva e annuiva, lo sguardo perso nel vuoto.
-4-
Ora erano soli, Antonio e Rosa, seduti sul divano.
“Mamma, io…”
“Sssshh. Vieni qui”.
Lo abbracciò teneramente, accarezzandogli i capelli, mentre Antonio cercava, senza riuscirci di trattenere le lacrime.
Si staccò con delicatezza dall’abbraccio, cercando di ricomporsi.
“Mamma…”
“Vuoi sempre parlare tu, vero? Continui a non voler mai ascoltare gli altri?”
Antonio tacque.
“Ho pensato molto, in tutto questo tempo. Non abbiamo molto da fare, là, dopotutto.”
“…e?”
“Ho pensato a tutto l’amore che io e papà ti abbiamo dato. Ai sacrifici che abbiamo fatto, per comprarti la bicicletta, per mandarti prima a scuola e poi all’università.
E ho pensato anche a tutte le volte che non mi hai risposto al telefono, o mi hai risposto seccato, mentre io ero sola nel mio monolocale, cercando soltanto qualcuno con cui parlare.
E a quella volta in cui sono dovuta andare in ospedale da sola”.
“…”
“E sai una cosa?
Ho pensato a tutte queste cose, e anche ad un’altra.
Ho pensato che non ho mai smesso di amarti, nonostante tutto.
Ho pensato che rimani sempre mio figlio, quello che si sbucciava sempre le ginocchia cadendo dalla bici, quello che prendeva sempre quattro in matematica.
Ho pensato per tutto questo tempo, aspettando questa giornata che sembrava non arrivare mai, che l’ultimo regalo che potevo farti, il mio dovere, il senso della mia vita era questo: fartelo sapere. Continuare a farti sentire il mio abbraccio, ora e sempre”.
-5-
Mancavano venti minuti alla mezzanotte. Antonio, Lucia e Rosa scesero dall’auto.
Il Giorno dei Morti era giunto quasi al termine.
Altri due volontari li attendevano, davanti al cimitero: Rosa si avvicinò a loro a piccoli passi.
Lucia sussurrò al marito “E’ meglio se vi lascio da soli”, quindi accese una sigaretta e si allontanò.
“Non smetterò mai di amarti, mamma. Ora e sempre”, disse Giulio.
Rosa sorrise.
“Lo so, tesoro. Mi mancherai.”
“Anche tu”.
“…”
Si scambiarono un ultimo abbraccio.
“Beh, all’anno prossimo allora.”
“All’anno prossimo.”
I due volontari la riaccompagnarono alla sua tomba, tenendola per le braccia.
“Mamma!”, gridò Antonio nella notte. Rosa si girò di scatto.
“Portami con te!”
Il volto le si rabbuiò. Scosse la testa.
“Mamma!!!”, gridò Antonio, ancora ed ancora, mentre due guardiani si avvicinavano.
