la bellezza della calla

il blog di Bruno Del Frate

parlami

Milano, gennaio 2094.
E’ notte. Mi aggiro guardingo per le vie deserte.
Non dovrei farlo, rischio parecchio. Mi giudicheranno un pervertito, se mi beccano.
La donna è lì, un isolato più avanti, all’angolo della strada. E’ illuminata fiocamente da un lampione al sodio, mentre sta digitando qualcosa su un iPhone 43s.
La osservo. Ha un aspetto piuttosto attraente, indossa un paio d’occhiali da vista ed un cappotto pesante. Le spunta dalla tasca la parte superiore di un libro, una copia di 1984 di Orwell: il suo segno di riconoscimento.
Mi schiarisco la voce per farmi notare.
Lei mi squadra, fa un cenno con la testa.
Le porgo il mio libro, la mia moneta di scambio: un’edizione economica di Blade Runner. Non vale molto: spero non si offenda.
Faremo alla svelta.
Si avvia verso la sua auto, mi fa segno di seguirla.
Si siede, fa partire il conto alla rovescia sull’iPhone. Lo setta a 30 minuti di tempo. 29:59, 29:58, 29:57…
…ed iniziamo a parlare, parlare, parlare.
Chiacchieriamo come persone libere, finalmente, senza monitor come intermediari. Come facevano i nostri padri, ed i padri dei nostri padri.
Parliamo della giornata di oggi e del nostro lavoro, parliamo di come ci siamo ridotti, di come, già ai tempi dei nostri nonni, quando salivi su un treno l’intero vagone era pieno di gente che si rincoglioniva davanti allo schermo di un cellulare.
Parliamo godendo del suono delle nostre voci, che ormai si sono abbassate, a furia di usarle così poco. Ci raccontiamo delle nostre vite, parliamo dei nostri figli, delle nostre famiglie, del nostro futuro.
Le racconto che mio nonno lavorava in una biblioteca, un posto pieno di libri di carta… già, proprio quelli che sono andati fuori produzione pochi anni fa. Le racconto di quanto vorrei tornare a parlare con mia moglie, anche ora che usare la voce è diventato un tabù sociale, ma lei, semplicemente, si rifiuta di accettarlo e mi guarda come se fossi un pervertito.
Il tempo passa in fretta, ormai i trenta minuti sono scaduti da un bel pezzo, ma a lei non interessa… e neanche a me.
Nel frattempo mia moglie mi ha già mandato tre SMS. Immagino che sappia benissimo quello che faccio, visto il mio insistere così tanto sul tema.
Dopotutto, mi hanno detto di averla sentita nel retrobottega del suo panificio mentre chiacchierava a voce alta con il tecnico che le ripara il terminale, quello sul quale i clienti in coda digitano le ordinazioni.
A voce alta, capite?
Con un altro uomo… e così, spudoratamente, in presenza di altre persone!
E’ stato da allora che ho iniziato queste mie piccole scorribande notturne.
Volevo e voglio soprattutto soddisfare quell’esigenza fisica di comunicare dal vivo, per la quale, lo so, sicuramente mi giudicherete una specie di maniaco, un deviato… ma le faccio anche un po’ per ripicca, lo ammetto.
Non l’ho ancora perdonata, non del tutto. Anche se capisco benissimo che tutti noi, lei compresa, abbiamo bisogno di una valvola di sfogo.
Spero che sia stato soltanto un episodio isolato.
Ma viste le facce che fanno i miei vicini quando mi vedono, gli sguardi e le risatine che mi seguono ad ogni passo, non ci giurerei.
Ringrazio la donna, la saluto e mi incammino verso casa, a pochi isolati di distanza.
Digito sul citofono “Cara, sono io! Scusa per il ritardo” e aggiungo una faccina triste.

parlami

agosto

Fotografia di un agosto che vola via, come un bacio da troppo atteso e già dimenticato.
Non c’è mai abbastanza agosto, per chi vorrebbe essere felice.
Guardo questo cielo grigio di preoccupazioni, sento il profumo del freddo e aggiorno ancora una volta la lista di ciò che ho sognato, di ciò che non è accaduto, di ciò che ho sperato.
Poi prendo un altro foglio, un’altra penna (quella bella), e scappo.
C’è un’altra storia da raccontare, c’è un altro mondo in cui rifugiarsi.
Prima di piangere ancora.

la nota

Era solo un fa di pianoforte, vedi.
Una piccola, insignificante nota musicale.
Ero sdraiato sul letto a immaginare universi in un soffitto bianco, nella camera illuminata dalla luce di luglio, e la vidi fluttuare pigramente sotto al lampadario, dentro una bolla di sapone. Chissà come vi era finita dentro, pensai.
Si muoveva in cerchi lenti e infiniti, un po’ come quelle mosche che riflettono sul senso della vita in certi pomeriggi estivi. Interruppe le mie elucubrazioni danzando lieve, con garbo, con leggerezza.
E realizzai che quella nota, dopotutto, non era così dissimile da noi, noi con le nostre esistenze effimere, noi fondamentalmente inutili quando siamo da soli, ma che quando ci uniamo agli altri possiamo essere sinfonie di amore o di disperazione, concerti di sogno e di guerra, sonate di prosa e di poesia.
La bolla, spinta da un alito di vento, si diresse lenta, lentissima, verso di me.
Allungai l’indice e la feci esplodere.
La nota, ora libera, volò veloce fuori dalla finestra.

In quell’istante ebbi la risposta che cercavo. Fu un’epifania.
Era quello, il pezzo che mi mancava. L’ultima nota del mio spartito.
Mi resi conto che in quell’istante avevo tracciato una strada, avevo reso definitiva una scelta di vita di un certo tipo. E che il mondo intero, tutti i santi giorni, avrebbe continuato a fare di tutto per portarmi fuori strada, per farmi sbagliare, per trascinarmi nella sua cacofonia.
Qualcuno, da lontano, iniziò a suonare Chopin.

il giorno dei morti

Cosa accadrebbe se i morti potessero resuscitare… ma solo per un giorno ogni anno?

-1-

Mamma Rosa arrivò alle nove di mattina, accompagnata da due giovani volontari in tuta arancione. La fecero sedere sul divano in salotto, mentre Antonio e Lucia la osservavano con sguardo pietrificato.
“Non si sono ancora abituati”, pensò uno dei volontari. “Probabilmente per loro è la prima volta.”
Fu la piccola Giulia a rompere il silenzio, uno scricchiolino biondo di cinque anni. Trotterellò verso la donna e la abbracciò goffamente, gridando “Nonna!” con tutta la gioia del mondo.
Rosa sorrise e ricambiò l’abbraccio, con tutta la delicatezza che le ossa e i novantatré anni le permettevano.
Lucia aveva iniziato a piangere sommessamente. Si tolse gli occhiali per asciugarli con un fazzoletto, girandosi verso la parete del salotto per non farsi notare dalla figlia.
“Ciao, mamma”, disse Antonio, con una voce che gli sembrò provenire da molto lontano.
Rosa si girò verso di lui, sorridendogli, gli occhi azzurri velati dalla cataratta.
“Vieni qui, tesoro”. Aprì le braccia.
Uno dei volontari si schiarì la voce. “Scusate se vi interrompiamo, signori. Ci vediamo stasera, o provvedete voi?”
“Provvediamo noi”, disse Lucia, tra i singhiozzi.

-2-

Aveva fantasticato a lungo su quel momento.
Ma c’era troppo, troppo da dire. Non sarebbero bastati mesi, figuriamoci ventiquattr’ore.
Tutti gli abbracci e i baci che non le aveva dato. Tutte le volte che si era allontanato da lei, ritenendo i piccoli acciacchi e le esigenze di lei quasi un peso (“Dio perdonami”, pensò), un ostacolo ai suoi progetti, alla sua carriera.
Tutte le volte che lui le telefonava quasi per dovere, senza provare alcuna emozione nel sentirla.
Tutte le volte che lei gli telefonava, e lui la lasciava parlare e parlare, per lo più ignorando quello che lei diceva.
E poi ci fu quella volta, la più terribile. Quella in cui lui non le aveva risposto, ufficialmente occupato in un’importantissima riunione presso la sede di Londra, ma in realtà mentre ammanettava ad un letto quella giapponese con le tette rifatte.
Avevano ricoverato sua madre il giorno stesso, scoprendo le metastasi.

-3-

La conversazione, durante il pranzo, fu tranquilla: il ghiaccio era ormai rotto. Antonio le raccontò dei progressi in ambito lavorativo, della promozione che sperava di ottenere, del suo amore per Lucia che cresceva ogni giorno di più. La piccola Giulia non smetteva un attimo di parlare: le raccontò dell’asilo, di quel bambino che le piaceva tanto, le fece vedere il suo orsacchiotto preferito.
La più silenziosa era Lucia. Era sempre stata affezionata alla suocera, ma questo prima di quel giorno. Il giorno del Cambiamento, l’avevano chiamato, dopo del quale nulla fu più come prima.
Era andata persino da uno psicologo, all’insaputa di Antonio, per prepararsi… ed ora le sembrava tutto quasi ordinario, quasi normale (ma quell’odore c’era davvero?), una tranquilla domenica in famiglia.
Il problema era quel “quasi”, pensò, mentre Rosa annuiva, sorrideva e annuiva, lo sguardo perso nel vuoto.

-4-

Ora erano soli, Antonio e Rosa, seduti sul divano.
“Mamma, io…”
“Sssshh. Vieni qui”.
Lo abbracciò teneramente, accarezzandogli i capelli, mentre Antonio cercava, senza riuscirci di trattenere le lacrime.
Si staccò con delicatezza dall’abbraccio, cercando di ricomporsi.
“Mamma…”
“Vuoi sempre parlare tu, vero? Continui a non voler mai ascoltare gli altri.
Antonio tacque.
“Ho pensato molto, in tutto questo tempo. Non abbiamo molto da fare, là, dopotutto.”
“…e?”
“Ho pensato a tutto l’amore che io e papà ti abbiamo dato. Ai sacrifici che abbiamo fatto, per comprarti la bicicletta, per mandarti prima a scuola e poi all’università.
E ho pensato anche a tutte le volte che non mi hai risposto al telefono, o mi hai risposto seccato, mentre io ero sola nel mio monolocale, cercando soltanto qualcuno con cui parlare.
E a quella volta in cui sono dovuta andare in ospedale da sola”..
“…”
“E sai una cosa?
Ho pensato a tutte queste cose, e anche ad un’altra.
Ho pensato che non ho mai smesso di amarti, nonostante tutto.
Ho pensato che rimani sempre mio figlio, quello che si sbucciava sempre le ginocchia cadendo dalla bici, quello che prendeva sempre quattro in matematica.
Ho pensato per tutto questo tempo, aspettando questa giornata che sembrava non arrivare mai, che l’ultimo regalo che potevo farti, il mio dovere, il senso della mia vita era questo: fartelo sapere. Continuare a farti sentire il mio abbraccio, ora e sempre”.

-5-

Mancavano venti minuti alla mezzanotte. Antonio, Lucia e Rosa scesero dall’auto.
Il Giorno dei Morti era giunto quasi al termine.
Altri due volontari li attendevano, davanti al cimitero: Rosa si avvicinò a loro a piccoli passi.
Lucia sussurrò al marito “E’ meglio se vi lascio da soli”, quindi accese una sigaretta e si allontanò.
“Non smetterò mai di amarti, mamma. Ora e sempre”, disse Giulio.
Rosa sorrise.
“Lo so, tesoro. Mi mancherai.”
“Anche tu”.
“…”
Si scambiarono un ultimo abbraccio.
“Beh, all’anno prossimo allora.”
“All’anno prossimo.”
I due volontari la riaccompagnarono alla sua tomba, tenendola per le braccia.
“Mamma!”, gridò Antonio nella notte. Rosa si girò di scatto.
Portami con te!
Il volto le si rabbuiò. Scosse la testa.
“Mamma!!!”, gridò Antonio, ancora ed ancora, mentre due guardiani si avvicinavano.